Limmagine, la parola, il suono, il silenzio
Laccostamento e il raffronto che proponiamo tra un pittore e uno scrittore dalle comuni e-sperienze e dalle forti
consonanze possono permetterci di comprendere meglio il lavoro di ambedue, ma anche forse di dare unocchiata
dietro le quinte che coprono leterno rapporto tra le arti figu-rative e quella verbale, tra il luogo dipinto e il
luogo narrato, come recita il sottotitolo di questa ini-ziativa.
È certo che Morlotti e Biamonti si sono incontrati quando i loro universi culturali erano già definiti, e
che sono state le sensibilità affini ad innescare la miccia di unamicizia durata più di trentanni,
fino alla morte del pittore. Ma è del pari innegabile che la forza gravitazionale delluno ha prodotto effetti
sugli sviluppi dellaltro, e viceversa. Aldilà della conferma reciproca delle rispettive scelte, lopera
di entrambi reca il segno di questo incontro: un segno visibile, un segno fatto di immagini, di colori, di percezione e
di riproduzione del paesaggio.
Intendiamo però prendere in considerazione anche quanto osservava Vasilij Kandinskij circa unaffinità
fra le arti e in particolare fra musica e pittura: da questa singolare affinità è certamente nata lidea
di Goethe che la pittura debba avere il suo basso continuo (Lo spirituale nellarte, cap. VI). Avremo infatti
modo di ascoltare lesecuzione dellultimo movimento del Quatuor pour la fin du temps di Olivier Messiaen, Louange
à l'Immortalité de Jésus, nel quale, come Biamonti disse magnificamente in una sua intervista
del 1995 a Giorgio Ribaldo, c'è questo affievolirsi del suono del violino e questa eco lontana del pianoforte,
come se il divino, per immortalizzarsi, dovesse toc-care le rive del silenzio.
Nella stessa occasione, lo scrittore sambiagino aveva affermato: La musica serve molto, o perlomeno modellarsi su
alcune sue strutture: sapere dove si vuole andare a finire, come riprendere dopo un adagio, cosa ci può stare dopo
un andante. Nella prosa è lo stesso: ci sono andanti e adagi. Io ne parlo un po' da incompetente, ma per scrivere
ho bisogno di ascoltare musica perché mi sba-razza della grevità delle cose pratiche, facendo librare lo spirito
e muovere l'anima.
Anche Morlotti, per dipingere, ascoltava musica da un vecchio giradischi che teneva nel suo studio: Guardi i miei
dischi
Ascolto sempre gli stessi. Quando mi piace una cosa è difficile che cambi idea. Ascolti, ascolti questo
pezzo di Schubert, mi piace quel piano. È un singhiozzo dellanima confidò nel 1992 a Caterina
Bellati.
Biamonti selezionava le parole con una particolare attenzione al loro suono. Un esempio particolarmente significativo lo
troviamo nelle poesie di Valéry che Francesco si era annotato lin-guisticamente per una migliore comprensione, ed
in particolare nella prima strofa della poesia Lété (la relativa pagina era visibile in una esposizione
a San Biagio, allestita per lanniversario della scomparsa). Lo scrittore aveva segnato a margine la traduzione di
alcune parole: ruche con alveare, cruche con brocca. Giunto però
a bourdonne, la cui traduzione più ovvia sarebbe stata ronza, ecco che, tra le possibilità
fornite dal dizionario Garzanti che di solito utilizzava, Biamonti ne ha scelta una suggestivamente sonora: mormoreggia.
Sembra quasi una parola pa-scoliana, fa venire in mente i celebri versi del Gelsomino notturno: Unape tardiva
sussurra / tro-vando già prese le celle. Franco Contorbia ha acutamente rilevato limportanza di Pascoli
per la formazione del linguaggio biamontiano, ed ha pure sottolineato la parentela tra la critica darte di Biamonti
e quella di Francesco Arcangeli: il quale aveva fatto riferimento, nellintroduzione del suo fondamentale libro su
Giorgio Morandi, uscito nel 1964 (volume presente nella biblioteca biamon-tiana), allo sviscerato amore per Pascoli
dei propri tredici anni. Ma anche Maurice Merleau-Ponty e la filosofia della percezione hanno contato molto nella scrittura
biamontiana: si pensi, per esempio, a quanto la nota relativa a un quadro di bagnanti descritto in Le parole la notte
la donna aveva delle macchie che sembravano sanguinare debba alla seguente considerazione del pensatore
francese: Gli oggetti della pittura moderna sanguinano, spargono sotto i nostri occhi la loro sostan-za (La
prose du monde).
Sempre nellintervista a Ribaudo del 1995, Biamonti affermava: La parola è anche un po' corrosa, ma in
definitiva dovrebbe imprigionare il silenzio, che poi è il canto delle Sirene. (
) La musica più grande,
quella del canto delle Sirene, è il Silenzio. Ma come circoscrivere e far sentire il Silenzio? Anche qui è
una sapienza della lingua: il reinventare una parola che ghermisca il silenzio che è al fondo dell'esistenza, della
grande solitudine. Affini a queste sono le riflessioni di Nicolas Bouvier, scrittore-viaggiatore ed iconografo
ginevrino, nato nel 1929 (quindi praticamente coeta-neo di Francesco) e scomparso allinizio del 1998. Bouvier, in
frasi nelle quali possiamo riconoscere una interessante consonanza col linguaggio biamontiano, lamenta la difficoltà
ad esprimere con parole logore, deformate dalluso, il senso delle cose. Se ci si prova, si raggiunge presto quella
che lui chiama una dogana di silenzio. Chi si avvicina a questa dogana vi rischia la ragione, il suo linguaggio si
scarnifica, si sbianca, si ossifica, come un lenzuolo dospedale o uno scheletro. Se questa dogana è superata,
tutto precipita nellopaco, nellinnominabile, nel bianco: non cè più testo, non ci sono più
nomi. Ecco che allora ci soccorre il potere espressivo primordiale della musica: una vita senza musica non ha
molto senso conclude (LÉchappée belle, testo pubblicato postumo, nel 2000).
Al silenzio sembra accostarsi anche lultimo quadro, rimasto incompiuto, di un altro Nicolas, De Staël: Il concerto.
Da un lato dellampia tela (3,50 x 6 m) cè un pianoforte, dallaltro un contrabbasso, in mezzo dei
leggii e degli spartiti: ma non cè la musica, perché essa ha bisogno, per sussistere, di qualcuno che
la esegua (non prendo qui in considerazione la teoria, cara a certo deca-dentismo la si trova, per esempio, in A
ritroso, di Huysmans , secondo la quale la migliore frui-zione di unopera la si ottiene leggendone in aristocratica
solitudine la partitura), mentre nel dipinto si apprezza solo la vibrazione dei colori in uno spazio dal quale ogni presenza
umana è bandita.
Biamonti, fino al 1959, aveva composto qualche breve testo narrativo, ottenendo una certa notorietà nel mondo culturale
bordigotto. Fruiva ed amava la pittura, ma non ne aveva mai scritto. È probabile (ed anche il bel ricordo di Nico
Orengo in catalogo mi invita a pensarlo) che il discuterne appassionatamente con Morlotti lo abbia indotto ad affrontare
il tema anche sulla pagina, con la for-za e la finezza che possiamo apprezzare nei suoi testi di critica darte e con
un lessico di chiara a-scendenza ligure (Montale, Sbarbaro, ma anche Boine).
Morlotti, daltronde, veniva guidato dallamico indigeno in lunghe escursioni tra gli aspri e dolcissimi
paesaggi dellestremo ponente ligure, che lo avevano colpito, fin dal suo arrivo, per lintensità della
luce e la vivezza dei colori la stessa suggestione meridionale che, per esempio, la Provenza esercitò
sugli impressionisti. La Liguria diventava così, per lui, un paesaggio dellanima su cui misurare gli altri
paesaggi reali, come è avvenuto anche per Lalla Romano che, nel Diario di Grecia, finisce per vedere nelle rive elleniche
una specie di Liguria, secondo quanto Biamonti stesso mi fece notare nel 1998.
Il poeta e critico francese Yves Bonnefoy, allinizio del suo denso saggio sulla funzione dellarte intitolato
Lo sguardo e gli occhi, cita un celebre passo del volume proustiano La prigionie-ra, quinta stazione della Recherche: Lunico
vero viaggio, lunico bagno di giovinezza sarebbe (
) avere altri occhi, vedere luniverso con gli occhi
di un altro, di cento altri, vedere i cento universi che ciascuno di essi vede, che ciascuno di essi è. Ecco,
allora, che Biamonti fornisce a Morlotti occhi nuovi con cui vedere (e dipingere) la Liguria, e Morlotti fornisce
alla memoria di Biamonti luoghi dipinti (ossia selezioni compositive dei luoghi reali visti con occhi nuovi)
che ne sostanziano la prosa. Gli uliveti aggrappati ai pendii come farfalle dalle ali polverose di cui scrive
Francesco sono quelli, materici, di Morlotti; analogamente, hanno provenienza pittorica le pietre vellutate dei roccioni,
la luce ruvida nel cielo, il fragile amalgama di un insetto posato su un fiore
Lapproccio di scrittura
(o di de-scrizione) viene trasferito dai dipinti su cui la penna critica di Biamonti si sofferma ai paesaggi che ne popolano
i romanzi, con effetti di trasparenza emotiva, di tensione e suggestione cromatica veramente sontuosi, come lo è
il viola che il tramonto di inizio dicembre spalma, da quelle parti, sui pendii e sui crinali (e che si può osservare
in alcune delle opere esposte, compresa quella scelta per linvito allappuntamento odierno. Curiosamente, troviamo
una tonalità analoga nella descrizione che Claudio Magris ci dà di un tramonto sulla pampa argentina: Scende
la sera, in cielo si rompe una fiasca di vino e si spande dappertutto, Un altro mare).
Di brani in cui Francesco, per dirla con Paolo Zublena, scompone e ritrae in parole il pae-saggio con locchio
del pittore, effettuando una vera e propria verbalizzazione dello sguardo, se ne trovano in ogni sua pagina.
Zublena stesso ne dà un elenco più che rappresentativo nel suo saggio del 2002 Lo sguardo malinconico sullo
spazio-evento. Biamonti, Morlotti e il paesaggio dipinto.
Il pittore lecchese, formatosi nella luminosità soffusa e tra le scure e fitte vegetazioni di Lombardia, si trova
di fronte questa luce romanza, come la definì in più occasioni Francesco, queste argentee cattedrali
vegetali, questi boschi di ulivi (secondo il titolo di diversi quadri morlottiani, a partire dal 1960)
improntati ad unausterità quasi religiosa. Ne legge o ne rilegge, su stimolo di Biamonti, in Montale (la poesia
citata nel mio testo in catalogo, ma anche quella, celebre, che inizia Perdersi nel bigio ondoso / dei miei ulivi
era buono
), in Sbarbaro (Maiutò a salire unalba di olivi; rabbrividenti; cui levavo
ad ogni passo locchio, come al sorso le labbra lassetato. Albero che rischiara il più scuro volto! Non
fruscia. È un tremito di argento. Più che un albero, gorgo daria, mulinello di luce
Trucioli
1920-1928), nel Pound dei Canti Pisani (and olive tree blown white in the wind, e lulivo che simbianca
nel vento) o nel precedente, ivi richiamato, di DAnnunzio (che, per esempio, nella Figlia di Iorio scriveva:
La tua parola muta di colore / come quando lulivo è sotto il vento).
Non dispongo di elementi sufficienti a stabilire se e quanto Biamonti e Morlotti conoscessero le opere dei due grandi poeti
greci del 900, Yorgos Seferis (Nobel 1963) e Odisseas Elitis (Nobel 1979), che pure hanno dedicato una particolare
attenzione di scrittura al paesaggio della loro terra (mi sembrano specialmente significativi i seguenti versi di Elitis:
e molti ulivi / che setaccino nelle loro mani la luce / e leggera essa si stenda sul tuo sonno / e molte le cicale
/ che non sentirai più / come non senti più il battito del polso. Pare quasi di vedere i rami contorti
come dita nocchiute e la mobile penombra luminosa che anima gli uliveti nelle giornate di vento, e si avverte come in uneco
del ricordo il canto compatto di migliaia di cicale, così uniforme e costante da diventare inavvertito. Elitis aveva
tradotto in greco i surrealisti, da Eluard a Lorca - e qui Francesco citerebbe: ricordo una brezza triste fra gli
ulivi -, ma a me vengono in mente anche le cicale virgiliane che, con la loro voce querula, rompono gli arbusti:
attorno a questo verso delle Georgiche, Carducci ha costruito una delle pagine più belle della sua prosa). Testimoniano
tuttavia un forte interesse le parole di Morlotti, ancora a Caterina Bellati (1992): La Grecia. Per chi la ama è
una grande passione. Ci sono andato appena dopo la guerra mondiale. Lì cè la luce, quella che ogni pittore
cerca. Hai un bel cercare lo studio con la luce giusta. Quella luce lì, cè solo su quel mare, sotto
quel cielo. In questo Morlotti pare riprendere parzialmente De Staël, il quale aveva scritto della costa provenzale:
La luce è semplicemente folgorante, qui, molto più di quanto ricordassi. E ancora: Evidentemente
è una grande lezione che dà questa luce greca dove solo la pietra e il marmo resistono in radiazione. A conti
fatti, né Cézanne, né Van Gogh, né Bonnard se ne sono serviti altrimenti che da sperone psichico,
voglio dire sul piano intimo: avrebbero potuto dipingere ciò che hanno dipinto veramente non importa dove; i greci
no, è totale, la loro scultura prende e rende questo sole come è impossibile fare altrove: in tutta la sua
semplicità.
Forse i nostri due artisti hanno ritrovato, passeggiando, le onde cromatiche, le piccole lance metalliche orlate di ombre
scure degli ulivi vangoghiani (questi intrecci di ombre, in Morlotti, sono passati a listare di nero le curve dei fichi
dIndia, che lui ha voluto chiamare, esoticamente, cactus).
Gli ulivi sono sempre stati piante fruttuose di riscontri nellimmaginario poetico. Narra la leggenda che la capitale
della Grecia abbia preso il nome dalla dea Atena, la quale aveva donato agli uomini lulivo (ed era stata, per questo,
preferita a Poseidone, che aveva offerto invece il cavallo). Il barocco spagnolo Alonso de Salas Barbadillo, nel suo Viaggio
di saggezza (che qui riportiamo vestito delle poderose parole italiane di Carlo Emilio Gadda), annota: Degnatevi di
volger gli occhi alluliva, a questo essere così laborioso e paziente! (
) La sua fronda perenne è
una continua promessa, una vivente speranza per i cuori degli uomini: è dessa linsegna della pace, a domandarla
e a riceverla. (
) Consideratene le facoltà, lonnipresente valore. Contro uggia e tristezza, un verde
allegro e festante, giocondo ammanto dei colli e della riviera. Allegro, e quel che conta, perenne. Contro necessità
e fame, un prezioso alimento. Contro le cieche tenebre dellignoranza, lume e splendore.
Ma anche questalbero così vetusto, simbolo della mediterraneità fin dai tempi degli dèi cto-nii,
ha trovato occhi nuovi per guardarlo, una nuova sensibilità percettiva che dagli impressionisti, passando
attraverso la linea ligure della poesia e della pittura (quanti dei suoi verdi-grigi-azzurri vibranti si ritrovano,
per esempio e devo il suggerimento a Dino Molinari -, anche in un pittore apparentemente avulso dal figurativo come
Gian Franco Fasce!), si prolunga fino ai nostri giorni. Così larchitetto paesaggista, e raffinatissimo prosatore,
Paolo Pejrone ha potuto scrivere, su Tutto-libri di sabato 4 dicembre 2004: Vivaci ed argentei, gli ulivi, invece,
continuano tranquilli il loro tragitto sapiente di ospiti amati in un posto difficile: le loro foglie dargento sono
un colpo di colore gioioso alla luce dei raggi di un sole ancora forte. Sotto le raffiche di un vento modesto e locale,
vivaci ed eleganti, si muovono: che cosa cè di più bello e prezioso?.
In Morlotti, gli ulivi, le rocce ma anche i cactus si pongono contro il cielo quasi a formare una barriera, un muro (Lo
spazio pittorico è un muro, ma tutti gli uccelli del mondo vi volano libe-ramente, a tutte le profondità
osservò De Staël del proprio dipinto I gabbiani, che Biamonti scelse per la copertina di Vento largo). Queste
barriere, come la siepe leopardiana, paiono suggerire alla mente che cè un oltre, un aldilà spaziale
al quale si può giungere attraversando il blu intenso di quel cielo.
Lasciamoci cogliere dalle ampie e acute suggestioni dischiuse nelle ricche immagini di Morlotti e nelle dense parole di
Biamonti. Su entrambi, gli interventi che ascolteremo ci offriranno sicuramente illuminazioni nuove.
Introduzione alla giornata di studio su Francesco Biamonti, Alessandria 31 gennaio 2005
|