Un vento tra le mimose
Parlo
di un amico, di un amico gentile. Un amico che non cè più, ucciso da un cancro, proprio ieri. Parlo
di Francesco BIAMONTI che scriveva di ulivi e di rocce, di mare e di esistenze piegate dal dolore, standosene nascosto in
un paesino dellentroterra di Valle Crosia, San Biagio della Cima, protetto dallaffetto di un fratello marinaio
e contadino e da quello di una zia paziente e materna.
Protetto dalle sue tante mimose. Già, le mimose. «Coltiva mimose nel paese natale», recita uno dei tanti
manuali della letteratura del nostro Novecento. Ci ridevamo su, ma ne era anche infastidito. Voleva essere solo uno scrittore,
non un floricultore. Sì, le mimose le aveva, ma le mandava avanti il fratello Giancarlo. Una volta arrivò
a benedire una gelata che gliele aveva bruciate. Eppure è a loro che deve il suo esordio, cinquantenne, nell83,
con Langelo di Avrigue nel mondo letterario.
Lavevo incontrato un anno prima, ad Ospedaletti, dopo una serata di letture di poesia. Taciturno, rabbuiato, ma con
uno sguardo azzurro e dolcissimo si era offerto di accompagnarci, cera Giuseppe Conte, cera Mussapi, in una
trattoria nascosta, di quelle che ancora sapevano fare il coniglio o la capra con i fagioli, i fiori di zucca ripieni. Parlava
con voce bassa, fumava molto, condiva le frasi con citazioni di Rimbaud e Baudelaire, Rilke e i filosofi dellesistenzialismo.
Ci incantò, quella sera, con storie di paese e scorci di una cultura sorprendente.
A fine serata mi confidò, a voce ancor più bassa, che aveva scritto un romanzo, se volevo dargli unocchiata.
Non mi diede il romanzo, dolcemente, fermamente, mi «obbligò» ad andarlo a leggere da lui. Mi consegnava
le pagine, ad una ad una. Lessi così la storia di quel marinaio, colpito dal male dellorizzonte, che tornato
al paese, indagava sulla morte misteriosa di un ragazzo. Era Langelo dAvrigue, un romanzo di grande e
controllata intensità lirica scritto con una lingua arcana e lucente, una esplorazione dolente sulla natura e la
condizione umana.
Gli dissi che lavrei dato a leggere a Giulio Einaudi, ma che dovevamo trovare qualcosa che gli facesse venire «lacquolina».
Destino fu che a quel tempo Einaudi avesse una mimosa malata. Suggerii a BIAMONTI di scrivergli una ricetta per curarla.
Lo fece, una lettera strepitosa nello stile e tranquillizzante per il futuro della pianta. Perché BIAMONTI, pur non
curvando mai la schiena in campagna, sapeva tutto sulle piante, sulla composizione del terreno, sui fertilizzanti: un vero
scienziato. Einaudi fu colpito dalla lettera e quando seppe che aveva scritto un romanzo disse che voleva leggere «lo
scrittore delle mimose».
Poi lo lesse anche Calvino, lo approvò e ne scrisse, cosa rara, il risvolto. Un esordio a cinquantanni. Ma
a quellesordio BIAMONTI si era preparato con gran rigore e pazienza, leggendo, scrivendo e stracciando, camminando
negli uliveti e nei boschi, intanandosi in esistenze derelitte. Sua madre era stata una maestra elementare, di quelle che
fanno amare la scuola e lasciano ricordi, suo padre aveva lavorato in banca.
Lui, pur avendo la terra, aveva fatto il bibliotecario allAprosiana di Ventimiglia e un po di lavoro politico,
con i socialisti. Era un libertario con il gusto del paradosso, gli piaceva stupire con battute del tipo: «io proibirei
il gioco del futbol». Amava la Francia, passare il confine per andarsi a comprare Le Monde e le tisane alla verbena.
Era un nottambulo fra lungomare e bistrot. Sulla costa lo chiamavano «il poeta», con affetto e deferenza perché
aveva una parola di irrisione e soluzione per ogni problema.
Era stato molto amico di Ennio Morlotti, lo aveva accompagnato spesso a cercare i suoi atelier naturali di rocce, lo aveva
studiato dipingere, ne aveva scritto. Anche se per lui il pittore per eccellenza rimaneva Cézanne. Dopo Langelo
di Avrigue aveva pubblicato: Vento largo, Attesa sul mare, Le parole la notte, tutti, come il primo,
accolti con grande favore dai lettori e dalla critica. Era tradotto e amato in Francia, segni che lo inorgoglivano e gli
facevano imbottire quelle sue bellissime giacche di velluto di recensioni che esibiva con civetteria e autoironia. Il successo
letterario non laveva cambiato, si era messo a viaggiare un po, qualche convegno, qualche presentazione di libri,
ma amava tornarsene alle sue abitudini nel ponente ligure, una passeggiata, un aperitivo, tante letture e tanta radio.
E la scrittura: un esercizio lento, paziente, faticato sulla parola fino a farla diventare luminosa e mimetica al sentimento
o alloggetto da interpretare. I suoi personaggi, uomini e donne, riflettono continuamente, hanno gesti lenti, sinuosi
come il paesaggio, dal quale sembrano fiorire, come un ulivo, una ginestra, un pinastro, dichiarando una consistenza di
terra e vento, di forza e fragilità. Si appoggiava a un bastone, negli ultimi tempi. Il volto gli si era scavato,
fumava di nascosto, malediceva le sigarette, fitte dolorose gli trafiggevano la schiena. Ma aveva ancora battute rapide,
frustate. E soprattutto gli si erano fatti ancora più azzurri gli occhi. «Porti il bastone come Soldati»,
gli dicevamo. «Ma lui non ne aveva bisogno». Poche settimane fa, alla presentazione di un libro, sopra Imperia,
perché non si stancasse lo avevamo fatto riportare indietro da un gippone della Polizia, ci aveva scherzato su «mi
han preso», sorrideva. E invece se nè andato, un po come uno di quei suoi personaggi di passeur
delle Alpi Marittime, in silenzio, nella notte, al buio.
"La Stampa", 18 ottobre 2001
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