Va a finire che non finisce
Diceva Giacomo Noventa che dopo 7000 anni di
letteratura non si poteva scrivere nulla di nuovo, o comunque era diventato difficile. Ma si danno casi in cui il "nuovo"
può trovarsi là dove meno appare o tale non si pretende. Penso a certe poesie che a primo impatto sembrerebbero
poco comprensibili e tuttavia riescono a sedurre: col ritmo, col suono, col geloso mistero della loro "lingua strana".
Penso a romanzi dove il lettore non viene informato
sul "come- va- a- finire" (e "Va a finire che non finisce") verrebbe voglia di dirgli, magari consigliandolo
di cercare in altro campo, fra le tonde e rigogliose zucche dei romanzi dove tutto è spiegato). Ma più che dare
risposte (cè chi sostiene) lopera letteraria non dovrebbe aprire domande? Non sta proprio in questo la scommessa
della sua durata? Ho letto e riletto lultimo libro di Francesco Biamonti, "Attesa sul mare" (Einaudi), andando
avanti per le sue poco più che cento pagine, incantato (qualche volta "ossessionato") dalle reticenze tutte liguri
dei dialoghi, dal puntiglioso controcanto che a essi fanno i "detta gli superflui" del paesaggio (farfalle, colori di
piante, il mare, le costellazioni) e da un ritmo di limpida scrittura che, sempre uguale a se stesso, ben rende langoscia
e lattesa del dove approderà, fra gli altri temi, lamore tra lanziano navigante sempre calamitato dal
mare e la donna che vive aspettando i suoi avari ritorni.
Peccato che la frettolosa curiosità
induca troppo spesso a cercare, di un romanzo, lultimo capitolo senza essersi abbastanza soffermati sul primo. "Chissà
comè Clara", "Chissà se è calma o infelice o nervosa...", si domanda qui il protagonista
fin dalla settima e ottava riga del libro; e il narratore annota: "Laveva lasciata che unombra di malinconia
le percorreva la fronte". Andrà a finir male, no? Ma il "come", che è poi il "perché",
non è mai detto: tocca al lettore domandarselo e indagare tra le pieghe dello stile la risposta (per ciò che può
riguardarlo).
Giovanni Giudici
L'Unità, Giugno 1994
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