Lo scrittore che amava la luce
Sabato scorso, a un anno dalla scomparsa, Francesco
Biamonti è stato ricordato a San Biagio della Cima, il paese dellentroterra di Ventimiglia dove era nato e vissuto
facendo finta di coltivare mimose e dedicandosi invece giorno e notte (ma prevalentemente la notte) alla scrittura. Biamonti aveva
esordito tardi, quando aveva da tempo compiuto cinquantanni. Theodore Fontane sera dato alla narrativa a sessantanni,
ma la letteratura tedesca gli deve molto, come non si stanca mai di ricordare Gunter Grass.
Biamonti è uno scrittore raffinato,
quasi un poeta in prosa. Allesordio aveva subito toccato i critici e presto era cresciuto un pubblico di lettori attento
a quelle parole scolpite sulla pagina. E quasi inutile estrarre trame dai romanzi di Biamonti : attraggono per altri motivi,
per la forza dei paesaggi rivelati dalla luce come i grumi di colore nei quadri di Cézanne. Gli uomini e le donne si muovono
lentamente e interrogano la follia e la dolcezza del vivere in dialoghi scanditi come in una recita antica. E Biamonti era un
uomo antico: cercava le radici delle cose in colloquio con la natura e la poesia. Le sue parole sembravano uscire da un buio profondo
dove a lungo avevano esitato prima di affacciarsi al mondo.
Affascinato dalla luce mediterranea ne parlava
con la sua voce roca, appesantita dal fumo, gli occhi semichiusi a cercare la necessaria concentrazione. Una volta, non ricordo
più in quale convegno, fu Emilio Tadini, un altro caro amico da poco scomparso, a rompere lincantesimo. A me
piace di più la luce elettrica, gli disse. Biamonti ne fu offeso. Devo rispondergli?, chiedeva. Gli feci
notare che Tadini veniva dallavanguardia e che le avanguardie odiano il chiaro di luna e preferiscono le macchine. Si rasserenò
e si mise a ridere. Pur avendo un animus lirico Biamonti era un uomo molto ironico. Un cinico, avrebbe detto un poeta, che ha
fede in quel che fa.
Paolo Mauri
Da La Repubblica del 21 ottobre 2002
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