Commento a VENTO LARGO
Anche il secondo romanzo di Biamonti
si apre con un'immagine di Morte, annunciata dal suono cupo della campana mediana.
Andrea, il vecchio ed onesto passeur che non aveva mai lasciato nessuno di qua
del confine, se n'è andato; è partito per un viaggio senza ritorno,
lui che aveva accompagnato nomadi e viandanti, alimentandone le speranze, ora
viaggiava per le terre del silenzio e della penombra, come ricorda Vari, il
protagonista del romanzo, coltivatore di mimose e passeur a tempo perso, mentre
si arrampica lungo le fasce di Aurno, dove si trova, isolata ed in alto rispetto
al paese di Luvaira, la sua casa. All'alba del giorno successivo, camminando
veloce "nei fremiti del mattino",
arriva a casa di Vari Sabel, la protagonista femminile del romanzo dallo sguardo
soffuso di tenerezza. Sabel, dopo aver scambiato alcune battute sulle mimose
che Vari si accingeva ad innaffiare, gli confida che Andrea, il passeur morto
il giorno prima, teneva nascosti due clandestini (un bulgaro ed una rumena)
nell'attesa del momento propizio per farli espatriare e gli chiede se conosce
qualcuno cui poterli affidare. Vari, dopo aver osservato che i giovani passeur
sono infidi e privi di scrupoli, non potendo resistere al fascino di Sabel verso
la quale prova un sentimento morboso, inquietante, addirittura incestuoso (come
risulta dalla frase pronunciata non senza vergogna: "Avrei
voluto essere io tuo padre"), si assume l'incarico di portarli
oltre frontiera. Il breve incontro tra i due si chiude con una domanda enigmatica,
carica di tristi presagi da parte di Sabel ("che cosa
ricorderesti di me se me n'andassi"), e con una risposta non meno
eloquente da parte di Vari ("Cercherei di non
ricordare niente"), che conferma ancora una volta il rapporto
difficile, conflittuale di Biamonti e dei suoi personaggi con il passato e con
la memoria. A questo punto c'è la prima delle tante ellissi narrative
disseminate lungo il romanzo che costituiscono una costante stilistica: esse,
assolvendo una funzione ritmica, offrono al lettore un'occasione di riflessione
e contribuiscono alla definizione della dimensione atemporale e del significato
metaforico del romanzo. Subito dopo in uno scenario naturale, immerso nelle
tenebre e nella pace della notte, una notte senza vento rischiarata da un grappolo
di stelle lungo il costone che allaccia il crinale di Aurno alla Cimon Aurive,
Vari, Dragomir e Jianila, i due clandestini di cui aveva parlato Sabel, si avviano
con cautela verso la frontiera. Fra loro il dialogo si svolge ad intermittenza,
pausato, fatto di reticenze e di pudori, di risentimenti e di trepidazioni con
un'osservazione di scottante attualità sulle differenze etniche, culturali
ed umane tra Serbi e Sloveni. Dopo averli accompagnati fin sopra Castellar Vari
ritorna indietro col cane di Andrea, Mal˜, che ha incontrato disorientato e
spaurito tra i cespugli dei sentieri, tante volte battuti dal vecchio padrone.
Lungo la via del ritorno gli viene in mente una canzone che Sabel soleva cantare,
una canzone d'amore e di lontananza, di partenza e di sogni vanamente inseguiti,
una canzone venata di struggente tristezza che sottolinea il tema fondamentale
del romanzo: la fuga verso un'oltranza, alla ricerca di un varco che ci consenta
di sottrarci alla solitudine e di riempire il vuoto che ci attanaglia, una fuga
che sa di morte. Il primo capitolo assume una struttura circolare, non diversamente,
del resto, da tutto il romanzo, la fine, infatti, si ricollega all'inizio e
alla luce diffusa tra ulivi e solitudini fa riscontro il vento fresco che investe
i rami malandati, e luce e vento saranno i reali protagonisti di tutta la vicenda.
Non a caso il titolo, "Vento largo", è rappresentativo delle inquietudini
che caratterizzano l'animo umano e che ci fanno oscillare nelle direzioni più
disparate.
Francesco
Improta |