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| CACTUS |
Materia e memoria di Morlotti
Un uliveto dalle ombre viola si stranisce e sogna nel sole, i passion fruits si corrompono,
un teschio su rive cimmerie manda lultimo bagliore: è una vicenda di eros caduta e morte. Sono i motivi
con cui la pittura di Morlotti risponde agli assedi del nulla. La materia che li sostiene, classico crepaccio, si lacera in grumi
di polvere, si serra in tensioni violacee, in grandi piaghe dorate e brulle.
Quella pittura ha attraversato lespressionismo e linformale ed è giunta ad un nucleo più
vero e segreto.
Da essa sembra guardarci lantico volto della terra nel trascorrere del tempo. Della terra cè
la dura materia, la malinconia e la vita dì un nodo protetto da tracce dolorose dinconscio, da incisioni e colate,
erosioni e da morsicati confini.
Giacometti, Sutherland, Morlotti, De Staël (cavalieri dellapocalisse esistenziale dilagata sul
mondo cubista e surrealista) hanno dato inizio e forse posto anche fine ad unappassionata riscoperta delle cose. Queste
hanno preso in Morlotti laspetto più vivido ma anche più intriso di fango, anzi più vivido perché
più materico.
La materia ha strane fascinazioni che Pollock e De Staël hanno pagato ben duramente. Fa tendere ad essa
lesasperazione del fiume eracliteo, dove le cose tendono al loro contrario e il giorno si fa notte, la vita si fa morte.
Il rombo funereo di quel fiume genera in Morlotti un grave travaglio. Nella sua pittura, che va dalla carne al teschio e dal seme
al fiore, freme tutta la malinconia dellessere nellarginare il mare della materia, che tuttavia non è inerte
ed opaca, ma commista alle cose, un regno delle madri portato alla luce, una sterpaia verso cui un vento di miraggi piega la vita,
piante orti e sangue inchiodati da dolcissime folate. Questo richiamo materico non manca mai: la pittura di Morlotti è
una negazione-genesi modulata in una luce naturale...
Materia e memoria di Morlotti, in "Lo spazio", Napoli, Ottobre 1971
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