A un anno dalla scomparsa
Un anno fa, il 17 ottobre 2001, moriva Francesco Biamonti, il grande scrittore dellestremo ponente ligure che ci ha dato
quattro splendidi romanzi, tutti pubblicati da Einaudi: Langelo
di Avrigue (1983), Vento largo (1991), Attesa
sul mare (1994) e Le parole la notte (1998). Lo conobbi
nella primavera del 98, dopo aver letto il suo ultimo libro. Gli avevo telefonato, preannunciandogli la mia visita. E
lei viene fin qui solo per conoscere me? era stato il suo commento, così tipico del montanaro schivo e
modesto che era. Lincontro lho poi descritto in alcune mie pagine, e ripercorrendole ora ritrovo tutta intera la scena.
Ma di incontri ne sono seguiti diversi altri, tanto che poi siamo diventati amici. Almeno un paio di volte allanno, mi concedevo
una gita di alcuni giorni nella sua zona, ed ogni volta pranzavo con lui; quei momenti passati insieme attorno a un tavolo si
trasformavano in lunghe conversazioni fitte di quadri, di libri e di autori, quelli che tutti e due amavamo. Tra un boccone e
laltro, Francesco si abbandonava contro lo schienale della sedia, leterna sigaretta tra le dita, stringeva gli occhi
azzurri e cominciava a citare: Mallarmé, Un coup de dés jamais nabolira le
hazard (un colpo di dadi non abolirà mai il caso), Baudelaire, Montale, Sbarbaro, Yves Bonnefoy, Valéry,
Marguerite Yourcenar, Camus, o a commentare le tele di Cézanne (il suo favorito), Van Gogh, Monet, Morlotti, de Staël.
Affermava che la scrittura deve modellarsi sulla pittura dei grandi, perché i loro quadri sono già una selezione,
una filtrazione della realtà dalla quale è più facile partire per le descrizioni.
***
Mi raccontava le sue impressioni (e i suoi giudizi, non sempre teneri) sugli scrittori contemporanei che conosceva: lo snobismo
un po ridicolo di Alessandro Baricco, la giacca di cachemire fintamente trasandata di Erri De Luca, il pesante barocchismo
di Silvana Grasso, gli sforzi descrittivi del fluente Maurizio Maggiani, le innumerevoli sigarette di Jean Claude Izzo.
Negli intervalli ci sentivamo al telefono, o io gli mandavo da leggere qualcosa che mi era piaciuto. Mi teneva al corrente del
suo lavoro: aveva iniziato un nuovo romanzo, poi lo aveva riscritto perché non lo soddisfaceva; negli ultimi giorni era
a buon punto, temeva però di non riuscire a pubblicarlo: Darà fastidio
osservava (il libro, incompiuto, uscirà nella primavera del 2003, sempre da Einaudi, nella nuova collana Arcipelago). Ma
parlavamo anche di altro: della vita, del matrimonio, della sopravvivenza attraverso i figli e nella memoria. Aveva del mondo
una visione che ricordava molto da vicino quella del Qohélet/Ecclesiaste (ogni cosa è vuoto e fame di vento)
o linfinita vanità del tutto di leopardiana memoria. Non per questo, però, intendeva smettere
di leggere, di ascoltare musica, di scrivere: anzi, lurgenza del tempo lo spingeva a selezionare sempre più le sue
letture, a sforzarsi di esprimere il più possibile di quel che aveva ancora da dire.
***
Lultima visita è stata a marzo dello scorso anno. Mi informò dei suoi problemi di salute, del suo intervento
chirurgico, dei suoi dolori alla schiena, della sua inutile lotta per smettere di fumare. Mi mostrò una traduzione catalana
del suo Vento largo intitolata Vent de mar endins (vento di alto mare), chiedendomi unopinione. Io gli ritradussi la prima
pagina, e il risultato parve soddisfarlo, anche se pensava che il catalano fosse una lingua meno nobile dello spagnolo. Ci salutammo
con un abbraccio.
Gli ho poi telefonato diverse volte, da allora, e con poche, stanche parole mi teneva al corrente della sua malattia, le consulte
da due pneumologi francesi, la radioterapia, le altre visite specialistiche. Scusami, ma non ho
nemmeno la forza di reggere la cornetta mi disse nellestate. Lo chiamai ancora giovedì 11 ottobre
2001. La voce era ridotta a un filo, ma la voglia di conversare cera. Mi parlò di questinfluenza
che non mi passa e io capendo la situazione e non pretendendo da lui la lucida consapevolezza del male
che permea le ultime poesie di David Maria Turoldo gli raccomandai di tenere duro, purtroppo quando queste infezioni si
cronicizzano sono fastidiose, ma il morale e la tenacia possono molto. Gli raccontai le mie letture: Montedidio di Erri De Luca,
Il porto dei sogni incrociati di Biörn Larsson, la rifrequentazione di Sbarbaro e la forza del suo stile; lui mi chiese quale
edizione delle opere avessi, se era il volume grosso della Garzanti, e ribadì
che la prosa sbarbariana era veramente esemplare. Gli parlai di un mio progettato viaggetto dalle sue parti: Chiamami,
così ci vediamo mi rispose. Ho preso in Francia un libro per te, Autoportrait dun autre di
Cees Nootebom, sono poemetti in prosa gli dissi ancora, Allora devessere bello, grazie
commentò. A presto, ti abbraccio sono le ultime parole che mi disse. Lho
poi fatta, quella gita. Ma lui, nel frattempo, se nera andato, meno di una settimana dopo la conversazione, nella sua casa
arredata con semplicità contadina e zeppa di libri. Non aveva il computer, che pure lo avrebbe aiutato molto: La
scrittura è ritmo, lo sento solo con la macchina per scrivere diceva.
È una mancanza che avverto ogni giorno di più: quella di un interlocutore ideale con cui condividere tante impressioni,
tante riflessioni, tante letture, e che ora è perso dietro un muro di buio e di silenzio. Ho però iniziato a fare
con lui quello che lui mi disse a proposito di Camus: Ogni volta che vado in Provenza, passo da
Lourmarin a visitare la sua tomba. Continuo ad andare, ogni tanto, a San Biagio della Cima, ed entro nel piccolo
cimitero. Così, in qualche modo, il dialogo continua: attraverso i suoi libri (compreso il postumo, che aspetto con impazienza),
attraverso le sue vecchie, densissime interviste, ma anche attraverso lo sguardo acuto dei suoi occhi azzurri che, dalla foto,
sembrano osservare con sovrana ironia linutile correre di noi affannati, miseri mortali.
Marco Grassano
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