Il vento, l'unica cosa viva
Ho cercato di ricordare Francesco Biamonti con grande umiltà e con profondo
rispetto per la sua parola provando ad unire in una pagina alcune delle sue
straordinarie immagini.
Ma non è facile costruire un muretto a secco: non basta mettere un sasso
sullaltro. Ho fatto del mio meglio lasciandomi guidare dalle immagini
e dalle sensazioni che ogni volta erompono dalle pagine di Biamonti. Non ho
aggiunto altro se non il desiderio che la sua memoria resti viva.
Passi incerti per la campagna cercando il sentiero per Aùrno, il viottolo
che porta ad Argela, ai carruggi vuoti fra le case di Luvaira, alla decadenza
di Avrigue. Sullo sfondo la montagna arida e bianca. Il tramonto incalza, colpi
di sole su terre appese. Terra che porta con sé il seme della morte.
Il mare osserva con le sue gradazioni di rosa. Il mare, ossessione di chi lo
guarda troppo a lungo. Il mare, imprevedibile compagno di chi viaggia, di chi
resta come di chi parte, di chi torna come di chi vorrebbe salpare. In lontananza
un insistente sciabordio nostalgico ed ammonitore. Usignoli si alzano in volo
con il loro rimpianto africano in mezzo a gabbiani intonacati daria. Gechi
meditabondi sui muri di pietra, zoccoli di ulivi antichi. Fasce bagnate di sudore,
percorse da zoccoli di muli carichi di lavanda o duva.
Il vento di montagna scuote ginestre cristalline e sgargianti mimose, querce
doro e lecci, cespugli di rosmarini odorosi. Poi gira, prima vento leggero
di sud per trasformarsi in un inquietante e sfuggente vento largo.
Il vento, lunica cosa viva da queste parti. Il vento che semina nellaria
ricordi di vecchi sotto il portico o allosteria; immagini di donne segnate
dal tempo, donne antiche, donne per la vita imbevute di dolcezza e decisione;
fughe di giovani dallaria tronfia e vuota o con gli occhi già rassegnati.
La luce ondosa si spegne a poco a poco, risuonando del mormorio della terra
scoscesa dissodata dai denti del magaglio.
Il sole è già oltre il confine, terre di stranieri che passano,
attraverso unEuropa che ha fatto naufragio.
Mi siedo su un sasso ed osservo il mare, Mediterraneo, luogo di lacrime. Sul
volto il pungente salino, camola che lavora nei ricordi.
Buio. Non ci sono stelle e il mare non si vede.
E notte. Solo silenzio intorno al volo felpato della civetta. Chissà
su cosa chiuderemo gli occhi? Su unalba di mare. Così mi auguro.
Ho sempre amato chi vive e muore nascosto. Cè una grandezza in
quel silenzio.
Nanni Perotto
da
LA
GAZZETTA DI SAN BIAGIO
ottobre 2002
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