Biamonti e Sofocle
Una macchia di bosco con fusti piccoli e minuti, le fasce ricche
di viti, gli ulivi che con il loro odore dolciastro impregnano laria e
le cui foglie, sorrette da fitti rami, fanno intravedere la macchia azzurra
del mare, fecero da contorno alla vita di quello che è stato uno dei
più grandi scrittori italiani del secolo scorso.
Nella solitudine di piccoli casolari pietrosi, Biamonti narrava con stile scarno
ed efficace le sofferenze, i sogni e le paure di una vita su un lembo montano.
I suoi occhi malinconici, così come avevano già fatto quelli di
Camus ne La Caduta, scrutavano la terra cogliendone labbandono
e la sofferenza, scrutavano il cielo osservandone lintatta purezza e giungevano
ad osservare lanima di un uomo prigioniero dei ricordi di un mondo che
non è più, dei sogni di un mondo che non sarà, degli scorci
di antica bellezza che non riesce ad evitare di descrivere con il suo tratto
di penna corto e faticoso. La sua è una ricerca estrema che già
Baudelaire e Leopardi avevano tentato, un violento moto ascensionale dalla perdizione
alla salvezza attraverso uomini le cui voci emettono echi ora di Montale ora
di Pavese, attraverso sguardi accecati da improvvisi fasci di luce sorti tra
i rami, spenti da violente tenebre che avvolgono miseri clandestini, stupiti
dallancora incredibile spettacolo di alberi strenuamente aggrappati a
pendii che crollano sul mare. Una foglia si stacca da un ramo di ulivo e , sorretta
dal vento in un viaggio lungo e surreale, atterra sul tetto di un grande tempio
che, da una collina, domina una città fervente, industriosa e coraggiosa.
Un filo invisibile lha guidata, in un collegamento affascinante verso
un altro grande uomo che molto tempo prima, nella calca della più grande
polis della Grecia, dipinse e rappresentò scene e personaggi che si struggevano
nel dolore, pativano i mali peggiori, ma che nella solitudine e nella sopportazione
trovavano una dimensione di immensità assoluta, rocce immobili su cui
si abbattono tremendi marosi.
Il suo nome era Sofocle, nacque nel 457 a. C. a Colono e morì nel 406
circa ad Atene; scrisse tragedie così grandi che esse bucarono le muraglie
del tempo per giungere fino a noi, e continuano a farci gioire, piangere, o
meravigliare.
La natura gli donò una mente geniale, una religiosità profonda,
e unanima attanagliata dal pessimismo. La vita gli apparve come un disegno
arcano, reso indecifrabile dalla netta superiorità degli dei rispetto
agli uomini, i quali però potevano elevarsi dalla massa sopportando in
solitudine, elevandosi così in dignità e potenza. Lo stampo più
preciso di questa concezione della vita e della solitudine, secondo me, si può
trovare in una delle prime tragedie del poeta: lAntigone. In essa vi è
la più totale mancanza di dialogo tra i due personaggi principali che
danno vita ad un tragico muro contro muro che determinerà un reciproco
crollo. Creonte ed Antigone si appartano con le loro idee, rifiutano ogni sorta
di confronto e diventano grandi perché rifacendosi entrambi a principi
positivi, accettano la solitudine e immani sofferenze con straordinaria forza
danimo. Creonte, nuovo sovrano di Tebe dopo che i due fratelli Eteocle
e Polinice erano morti, il primo tentando di difenderla, il secondo tentando
di conquistarla, ordina che il corpo di Polinice resti insepolto. Antigone rifacendosi
ai valori di Dike e degli dei dichiara sono nata a dividere non lodio,
ma lamore, e dunque sotterra il corpo del fratello. Il conflitto
che qui nasce diverrà affascinante e tremendo, dando ispirazione anche
a grandi pensatori dei posteri : nel 1807 Hegel nel saggio La Fenomenologia
dello Spirito vedrà in Creonte ed Antigone allegorici rappresentanti
del moderno contrasto fra lo Stato e la famiglia.
Creonte ordina che Antigone venga rinchiusa in una buia caverna, ma ormai lebbrezza
delleroismo la rende quasi gelosa del suo isolamento e del martirio che
lattende. Ella decide dunque di suicidarsi, e nel commo che segna il suo
distacco dalla vita, il personaggio sembra incrinarsi, ma in questa crisi risiede
lumanizzarsi della sua granitica struttura. Al limitare dellombra,
tuttavia, Antigone ritrova il suo criterio di verità e riafferma la sua
fede nella pietas e la ragione della sua vita e della sua morte. Se Antigone
nella solitudine esce e si illumina con la maestà di una trionfatrice,
Creonte nella solitudine conseguente al suicidio di suo figlio Emone, amante
di Antigone, e di sua madre, nonché moglie di Creonte, Euridice, si perde
e diventa un vinto sperduto nellimmensità, che parla con cadenze
meccaniche, privo di anima e di risoluzione.
Molti si sono chiesti il perché di una giustizia divina così dura
e insondabile, ma per capirlo forse bisogna osservare gli avvenimenti che circondarono
Sofocle al momento della composizione della tragedia : egli evidenziando la
piccolezza delluomo in mezzo a immani solitudini e la sua assoluta impotenza
sul volere divino, rivolge una severa critica alla sofistica, che a quel tempo
pretendeva di plasmare, cambiare e rimodellare la realtà a proprio piacimento,
come se luomo fosse una creatura divina. Luomo di Sofocle è
un uomo solo, sperduto e sballottato dagli eventi, ma è anche un uomo
che sopportando i mali con la sola forza delle sue idee e dei suoi valori, diventa
eroe e simbolo di un riscatto possibile. Luomo di Biamonti è un
essere imbarcato su di un naviglio che corre a folle velocità verso il
naufragio, ma che nella disperata solitudine riflette fino alle radici dellessere
in un vortice di pensieri condensato da fantasie, memoria e realtà, accostandosi
così ai protagonisti dei romanzi di Hemingway e di Camus. Tra i rami
di ulivo della sua casa ad Atene Sofocle guardava limmensità marina
e la solitudine umana, Francesco Biamonti fra i rami di ulivo vedeva il mare
e diceva che la solitudine è la condizione umana per eccellenza, io tra
le righe del loro pensiero guardo e riguardo, ma trovo solo un ingegno ed una
profondità infinita.
Luca Pontarollo
2° liceo classico
Liceo "Angelico Aprosio" Ventimiglia
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