"Mi guardavo intorno, incantato... e pensavo"
Fin da piccolo, per sua stessa ammissione, Francesco era affascinato
dal paesaggio dell'entroterra ligure e dai suoi colori, il verde argentato degli ulivi, l'azzurro intenso del cielo e le striature
di oro e di rosa che, al crepuscolo, provengono dalla marina e graffiano le colline: "Durante
la vendemmia seguivo mia nonna per ore e ore. Mi guardavo intorno, incantato e... pensavo". Non meraviglia,
quindi, che la prima forma di espressione ad interessarlo sia stata la pittura, quella all'aria aperta, la pittura, per intenderci,
impressionistica. Del resto proprio qui in Riviera aveva soggiornato ed operato Claude Monet, tra i pittori preferiti da Biamonti,
insieme a Cezanne e agli astrattisti. Sono stati proprio loro a favorire il rapporto con la natura di Francesco, che, non a caso,
quando si trovava in "difficoltà", sommerso tra le parole, si chiedeva: "Come
vedrebbe qui Cezanne?" In un'intervista rilasciata a Paola Mallone egli ha testualmente detto: "I
pittori sono come fari che illuminano il buio della notte dell'espressione, i fari baudeleriani...". L'amicizia
e la frequentazione successive di Maiolino, di Gagliolo e soprattutto di Ennio Morlotti hanno intensificato l'interesse, l'amore
e la conoscenza della pittura, manifestatisi anche e soprattutto nella sua narrativa e in un'intensa e qualificata attività
di critico d'arte.
Torniamo, però, all'adolescenza e agli studi regolari
che, contrariamente alle sue attitudini e alle sue aspirazioni, sono stati di natura esclusivamente tecnica. Nell'ultimo romanzo
"Le parole la notte" (capitolo V, pagina 37) Francesco pone in bocca a Leonardo, il protagonista del romanzo queste
parole: "Ci vorrebbe qualcuno che conosca il mondo e abbia letto gli antichi. Io ho letto solo
qualche francese, e me ne sto nel mio sconforto", da cui traspare il rimpianto di non aver avuto un'istruzione
classica, meglio ancora umanistica. Il diploma, però, in Ragioneria e il successivo impiego in banca, nonché la
parallela attività di scrittore o, a voler essere precisi, la concezione della scrittura e la "sindrome" del
fumo, penso alla tante volte annunciata u.s. (ultima sigaretta), avvicinano Francesco Biamonti ad Italo Svevo, nel senso che le
loro esperienze giovanili non si differenziano molto e seguono, anche se in contesti e periodi completamente differenti, percorsi
similari. Anche Svevo, pur avendo esordito molto presto, ha dato il meglio di sé ("La coscienza di Zeno") solo
dopo aver raggiunto il sessantesimo anno di età e dopo un silenzio di quasi venticinque anni, in cui ha riempito pagine
e pagine di osservazioni e riflessioni, o si è limitato semplicemente a pensare; era solito affermare che si sentiva simile
ad un ruminante che rimastica sempre le stesse cose. Definizione, questa, dell'attitudine a scrivere, più colorita ma non
molto diversa da quella espressa da Francesco che la considerava come un rimuginio interiore che viene da lontano.
Altro punto di contatto tra i due grandi scrittori del Novecento
è l'interesse per le idee socialiste che in Svevo rimase, per lo più, a livello teorico, essendo egli, in seguito
al matrimonio con Livia Veneziani, passato dalla condizione di piccolo borghese a quella di capitano d'industria, mentre in Biamonti
si tradusse per diversi anni in assidua e fattiva militanza politica. Va anche precisato che l'esperienza bancaria mentre per
Svevo durò diciotto lunghi anni ed influì sulla sua vita e sulla sua produzione ("Un inetto"), in Biamonti
attraversò il cielo dalla sua esistenza con la velocità di una meteora; dopo una sola giornata di lavoro, stressante
ed alienante almeno così a lui era parsa - non mise più piede in banca; era uno spirito troppo libero per
accettare la tirannia di un orario opprimente e di un lavoro snervante e ripetitivo.
Cominciò, allora, il suo vagabondaggio intellettuale,
orientato culturalmente verso la civiltà mediterranea e la letteratura latino-americana e umanamente presso il variegato
popolo della notte, composto da irregolari, sbandati, deraciné, balordi, spesso ai margini della legge (contrabbandieri,
passeur), ma ricchi di umanità e di storie da raccontare. Della civiltà mediterranea egli amava soprattutto la lucidità
di un pensiero che trova in sé la nascita e il compimento e che gli consente di meditare solo sull'aldiquà, senza
rimandi o richiami ultraterreni. Tra i popoli che si affacciano sul Mediterraneo e che s'inebriano di un cielo basso, protettivo
e di una luce che ora incide le colline, ora rotola a blocchi lungo le fasce, ora s'innalza a macchie come uno stormo di colombe
in volo, le sue simpatie andavano naturalmente ai francesi: ai poeti, agli scrittori e ai pensatori d'oltralpe.
Cito in ordine sparso: la poesia simbolista, Baudelaire e Mallarmé,
da cui deriva la ricerca di una purezza primigenia della parola e la trasmutazione magica della stessa che comporta l'abolizione
della distinzione tra poesia e prosa e tra musica e parole, che spesso vengono disposte come segni di uno spartito musicale. Non
è un caso che all'ascolto della musica Biamonti abbia dedicato, nella giovinezza, parte del suo tempo libero e che anche
in seguito, mentre scriveva, amava farsi cullare dalle note di Debussy o di Olivier Messiaen. E come una sinfonia viene recepito
da Biamonti anche "Il cimitero marino" di Paul Valéry, dove il mare gli trasmette, attraverso lo scintillio dei
suoi diamanti di schiuma, la nozione dell'instabilità dell'uomo e della mutevolezza delle cose in contrapposizione all'immobilità
del Nulla eterno; ma anche René Char fa parte del bagaglio culturale di Francesco, con la sua poesia ascensionale, con
quel linguaggio semplice ed oracolare al contempo, ma sempre decisamente essenziale.
Non è un caso che un posto di rilievo hanno nella sua
libreria: Poésis; Album di vers ancien. La jeune Parque. Pièce diverse. Cantate di Narcisse. Amphion, Semiramis.
Cimitière marin di Paul Valèry; Les feuillets d'Hipnos, Le poème pulvérisé; Le nu perdu, La
nuit talismanique;Trois coups sous les arbres Renè Char e Un coup de dès jamais n'abolira le hasard; L'après
Midi d'un faune di Stéphane Mallarmé. Non meno decisiva l'influenza dei narratori: il sommo, imprescindibile Proust,
Giono e Camus. Di quest'ultimo egli apprezzava soprattutto le prose africane ( Noces, L'été e L'etranger), per la
loro solarità e per la secchezza del linguaggio, l'incipit di L'etranger era spesso da Biamonti portato ad esempio di come
si dovrebbe scrivere e più in particolare di come dovrebbe iniziare un romanzo; di Giono amava l'intenso panteismo lirico,
evidente soprattutto nella trilogia Pan.
Da giovane Francesco Biamonti era anche un assiduo frequentatore
di sale cinematografiche, almeno fino all'inizio degli anni settanta, quando il cinema cosiddetto "autoriale" ha ceduto
definitivamente il posto al cinema commerciale, pieno di luoghi comuni, effetti speciali ed insopportabili banalità. Tra
gli autori cinematografici le sue simpatie andavano a L. Bunuel, di cui apprezzava la moralità, l'ironia, quella saggezza
profonda, capace di fare i conti innanzitutto con se stessa, e M. Antonioni, da cui ha derivato il senso dell'inquadratura, la
capacità di far interagire i personaggi, evidenziando, attraversi i piani-sequenza la solitudine e l'angoscia esistenziale.
L'autore, però, spiritualmente e culturalmente più vicino a Biamonti è Robert Bresson, con il quale ha in
comune il rigore, il pauperismo di fondo, la capacità di analizzare il reale e la curiosità per la zona intermedia
tra un evento e le sue risonanze.
Per comprendere, invece, la sua formazione filosofica bisogna
accostarsi agli esponenti della filosofia fenomenologica, Husserl, Sartre e soprattutto Merleau Ponty; è da loro, e dalle
loro opere principali (L'etre et le néant: Essais d'ontologie phenomenologique; Phenomenologie de l'esprit; etc.), che
Biamonti deriva, insieme all'angosciosa solitudine esistenziale, la volontà di un ritorno alle cose, dopo aver messo da
parte i pregiudizi aprioristici, e di riviverle nel loro momento originario, mettendo tra parentesi, per dirla con Husserl, ciò
che è contingente per poter attingere ciò che è essenziale.
Anche la letteratura ispanica e latino-americana è stata
oggetto di letture appassionate e di perlustrazioni approfondite da parte di Biamonti, penso a Pessoa, al mitico Borges, a J.
Rulfo e a R. J. Sender, ma è soprattutto con gli scrittori ed i poeti italiani che Francesco, come è naturale, fin
dall'adolescenza si è confrontato, penso ai grandi del passato Leopardi, Verga, Pascoli, la cui influenza è evidente
in un suo racconto giovanile "Serenità tra i fiori", e Svevo di cui abbiamo già parlato. Né vanno
dimenticati i poeti della cosiddetta linea ligure: Sbarbaro ed in particolare Montale, da cui discende il nichilismo di Biamonti
con la sola differenza che nel poeta genovese s'intravede un'oltranza, la probabilità improbabile del miracolo "Forse
un mattino andando in un'aria di vetro,/ arida, rivolgendomi, vedrò compirsi il miracolo..." mentre in Biamonti non
c'è nessuna possibilità di riscatto o di salvezza, tornano alla mente le parole di Leopardi, prese in prestito dall'Ecclesiaste,
l'infinità vanità del tutto.
Se andassimo a "frugare" tra gli scaffali della sua
libreria troveremmo senz'altro molti altri libri "attraversati" da Francesco, postillati ed impreziositi dalle sue acute,
lucidissime osservazioni, ma a noi interessa sottolineare, in conclusione di questo breve discorso sulla formazione dello scrittore
di San Biagio della Cima, che tutte queste sollecitazioni sono state assimilate, metabolizzate e rielaborate in maniera personalissima
ed originale prima di essere restituite al pubblico in una veste completamente diversa e all'interno di una "costruzione"
filosofica e letteraria, tutta sua personale, che fa di Francesco Biamonti un nuovo Maestro. Non si può, quindi, non condividere
ciò che Paola Mallone, nel suo ultimo saggio sullo scrittore sanbiagino, dice di Biamonti, nel momento stesso in cui lo
definisce un classico: "...è un autore-gomitolo che si dipana sempre, che si consuma e si accresce lento e maestoso
come i pini di vento... capace di rendere definitivo qualcosa che era effimero, di saper cogliere nel fluire della vita significati
da salvare, da spiegare senza distruggere".
Francesco Improta
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